:. Discriminazione verso i malati psichici Postato il Lunedì, 30 giugno @ 19:34:54 CDT
Argomento: Psicologia
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Lo stigma sociale, l’esclusione, il pregiudizio, la discriminazione
sono allarmismi difficili da sradicare nel disagio psichico! Non
abbiamo bisogno di ipocrisie, ma di soluzioni concrete
Non si può passivamente “sentire” che “ i valori della legge 180 e
833”( quelle leggi che hanno “chiuso” i manicomi), “ sono veri e validi
e vanno verificati nella pratica e che il malato non è un paziente da
ospedalizzare” !
Ma sono passati 30 anni, tra chiacchere e bugie, ed il malato è stato lasciato solo!.)
Da troppo tempo si sente questo eterno ed inesauribile “ritornello”!...Basta con le inutili parole!
Provate a chiedere al cittadino comune, all’uomo che transita per le
strade, alla massaia al mercato rionale o nelle botteghe, dove ogni
giorno devono fare i conti con la vita sempre più cara e con legittime
ansie per il futuro anche in tema di sicurezza, cosa ne pensano degli
episodi folli che avvengono nelle famiglie e nel quotidiano.
Potrebbero rispondere in maniera volgare, oppure non rispondere, perché
potrebbero pensare( ma questo è vero!) che le Istituzioni (le “Caste”)
sono “qualcosa lontane” dalla vita quotidiana e fatte di burocrazia
enfatica, di grondante retorica, che pensano solo ad un subdolo
proliferare di parole, di ipocrisie, di organismi, azioni che
dimostrano sempre di essere utilizzate a vantaggio delle stesse ed a
danno della collettività, senza contare litigiosità vergognose ed
infinite.
Segue su "leggi tutto" automatico...
30 anni or sono la legge Basaglia cambiò radicalmente il concetto e la cura della malattia mentale esaltando, giustamente, la dignità della persona sofferente, ma quelle poche “indicazioni” non sono state concretizzate perché hanno permesso di occuparsi, forse, più del malato e trascurare la malattia.
Su questi concetti alcuni affermano che l’Italia è ancora oggi collocata nel panorama internazionale in evidenza per la cura dovuta ai psicolabili senza ricorrere al “manicomio”, ma con servizi territoriali diversificati e che il “paziente” è da ritenersi persona e quindi in diritto di esternare le proprie necessità.
In una parola, come affermava il Basaglia, che “l’impossibile diventa possibile”.
Ecco che il cittadino della strada o la massaia del mercato rionale ritengono che è giusto riconoscere il sofferente persona e nel diritto di far valere la sua dignità, ma non concepiscono “l’impossibile” sancito da quella legge che questo “malato” possa scegliere di sua volontà “ il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura” ( art. 1/legge n. 180, art. 33/legge n. 833).
Ma non è una assurdità?. Curarsi si, senza “ ammassare i pazienti in grandi stanzoni da dove nessuno poteva uscire, nemmeno per andare al gabinetto”( come disse Franco Basaglia nel 1985 nel Capitolo “L istituzioni della violenza”- nel suo libro “L’istituzione negata”), ma in strutture adeguate, anche insieme, per affrontare e rimuovere (guarire) problemi ed ostacoli al “sofferente”.
Il principio basilare del Basaglia era quello di : curare e non segregare il paziente e questo è un ottimo concetto pratico e proficuo, ma non su ipotetiche strategie non bene concretizzate né dal Piano Sanitario Nazionale 2006-2008, né dalle “Linee di indirizzo” del PON (Progetto-Obiettivo Nazionale) del marzo 2008 che l’allora Ministro della Salute nella presentazione evidenziava con convinzione che la presa in carico delle persone sofferenti mentali non spetta solo ai Servizi, ma deve essere attuata anche dalla comunità.(?).
E’ necessario l’incontro a più voci, ( nessuno è depositario della verità), che si inseriscono in un rapporto, in un cammino comune, con punti di equilibrio e spazi di dialogo, che vogliono offrire riflessioni e sollevare interrogativi allo scopo di trovare strade nuove da percorrere verso una autentica cooperazione tra iniziative diverse, ma con l’obiettivo del bene comune.
Questo incontro deve intendersi come uno spazio di confronto con la realtà del mondo della sofferenza con una prospettiva più ampia, nella consapevolezza che solo attraverso una comprensione libera da pregiudizi, stigma sociale, esclusioni, discriminazioni, luoghi comuni di una certa “filosofia” che vuole diffondere, possano, invece, svilupparsi in proposte operative, serie e valide.
Chi ha orecchie da intendere, intenda!
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